Oggi vogliamo parlare di Enkidu, un personaggio della mitologia sumerica, che non ha come figura, una valenza sacra, ma la assume nel corso della sua vita diventando un archetipo dell’umanità. Innanzitutto lo troviamo all’interno del più complesso sistema mitologico, chiamato “Epopea di Gilgamesh” una delle più antiche opere letterarie conosciute ed ascrivibile, nella sua prima versione scritta in lingua accadica, secondo gli studiosi addirittura al XIX secolo a.C. L’opera, può essere considerata come la descrizione di un’iniziazione ante litteram, non essendo basata su una cosmologia, ma sull’evoluzione della vita umana e sul superamento dei propri limiti da parte dell’eroe, in questo caso Gilgamesh, appunto, lungo la ricerca dell’immortalità spirituale. Ma torniamo ad Enkidu che, nell’opera, diventa il miglior amico, nonché compagno di battaglie di Gilgamesh. Si tratta di una strana coppia di amici, con origini sociali completamente opposte e con destini altrettanto opposti. Gilgamesh rappresenta, infatti, come detto l’Iniziato, destinato al comando spirituale dell’umanità, mentre Enkidu, rappresenta la caduta dell’uomo dallo stato edenico a quello terrestre. Gilgamesh, infatti, è il re di Uruk, che alcuni studiosi sostengono possa essere realmente esistito, mentre Enkidu, nasce nelle steppe desolate che circondavano Uruk ed era un selvaggio che non conosceva la civiltà. Il suo corpo era coperto di lunghi capelli come il grano, non conosceva gente né terra, ed era vestito come il dio degli armenti, col quale nei secoli, la devozione popolare di quei territori lo ha spesso confuso. Enkidu, viveva in armonia assoluta con la natura, mangiava l’erba insieme alle gazzelle, si dissetava con le bestie selvagge e soprattutto distruggeva le trappole che i cacciatori tendevano nella boscaglia. Potremmo quindi definirlo come una sorta di guardiano della libertà originaria. Quando Gilgamesh, il Re Gigante, conosciuto come il dominatore, si rese conto di non poter sottomettere la steppa, decise di “corrompere” il suo guardiano, inviando Shamhat, la prostituta sacra, portatrice della “sapienza” delle città, che svolse molto bene la sua missione perchè, per sei giorni e sette notti Enkidu dimenticò la sua natura, tra le braccia della donna. Finito questo “trattamento” Enkidu, infine, cercò di tornare alla sua vita naturale, ma conobbe il sortilegio della caduta dall’Eden. Le bestie, infatti, quando lo videro fuggirono, il suo corpo, una volta agile come il vento, si era fatto pesante e le sue ginocchia tremavano. Enkidu, adesso, non era più “uno” con il creato, era diventato un individuo separato e solo. Shamhat, a quel punto, gli disse le parole fatali:
“Sei diventato sapiente, Enkidu, sei come un dio. Perché vuoi ancora correre con le bestie selvagge? Vieni con me a Uruk, la città dalle alte mura.”
Come non vedere, in questo evento una similitudine con la tentazione operata dal serpente, nei confronti di Adamo ed Eva?
Tornando a Enkidu, accettò e venne condotto in un accampamento di pastori dove gli misero davanti del pane e della birra, che non sapeva come consumare e per farlo dovette essere istruito. Non appena ebbe assaggiato il cibo del cosiddetto sistema, il suo spirito selvaggio fu domato. Gli tagliarono i capelli, lo unsero con l’olio e lo vestirono. Enkidu colui che liberava le prede dalle trappole, divenne ora il custode che proteggeva le greggi dai lupi. Tuttavia, quello spirito era solo sopito e riaffiorò quando, Enkidu, dopo anni di battaglie al fianco di Gilgamesh, venne colpito dalla maledizione degli dèi. Mentre moriva, infatti, la sua mente tornò alla steppa e si mise a gridare contro la porta di Uruk, contro il dominatore e contro la donna maledicendo il giorno in cui era uscito dalla polvere per diventare un “uomo”. Infine morì non come una bestia libera sotto il sole, ma come un prigioniero rassegnato in una stanza chiusa, lasciando Gilgamesh, nel terrore di subire la stessa sorte. Se analizziamo il mito di Enkidu, sotto vari aspetti, scopriamo la dinamica con cui la società nella sua evoluzione, ha trasformato nei secoli, l’essere umano in risorsa economica, cosa molto interessante da analizzare, in questo momento storico nel quale viviamo e nel quale rischiamo di vedere, presto estinta l’umanità, almeno per come la conosciamo. Enkidu, rappresenta quello che in antropologia, viene definito il “Trauma del neolitico” vale a dire l’umanità dei cacciatori-raccoglitori, inglobata dalle prime civiltà agricole. E’ sintomatica poi dell’abbassamento di livello della spiritualità umana, la perdita dell’odore, subita da Enkidu. La fuga degli animali quando lo vedono indica infatti, la rottura dell’equilibrio ecologico. L’uomo cessa di essere parte integrante dell’ecosistema naturale, per diventarne il dominatore e quindi il carnefice. La frase “Sei come un dio” che Shamhat, dice ad Enkidu, per convincerlo a seguirla in città, è stata la più grande menzogna della storia. In realtà infatti, lo “stato divino” promesso a Enkidu, diventa una reclusione funzionale. Egli acquisisce la ragione solo per poter obbedire meglio agli ordini e per poter difendere la proprietà privata, in quel caso le greggi dei pastori, sostituite oggi altri tipi di beni, ancor meno sacri, contro la natura da cui lui stesso proviene. Il Pane e la Birra, che vengono serviti come primo pasto a Enkidu simbolicamente, non sono solo cibo, ma strumenti di addomesticamento. La produzione del pane e della birra, infatti, richiede campi, canali, gerarchia e tasse e dunque mangiare il pane e bere la birra, significa accettare il contratto sociale della schiavitù agricola. Questo contratto, verrà poi rescisso da Cristo, che con l’istituzione dell’Eucaristia, ne invertirà i fattori, liberando l’uomo dalla schiavitù agricola e rendendolo libero di scegliere la propria vita, attraverso il libero arbitrio. Purtroppo questa liberazione, è durata poco, perchè tramite quella che la sociologia, chiama la Funzione della “Sapienza” il cosiddetto sistema è riuscito a convincere il “selvaggio” che viene identificato nell’uomo libero, il prigioniero, lo schiavo, che la civilizzazione sia per lui una possibilità di elevazione. Enkidu, passando dal liberare gli altri distruggendo le trappole, al costruirne per se stesso (le mura di Uruk) diventa il simbolo dell’alienazione. Il vestito che viene dato a Enkidu, rappresenta simbolicamente la prima maschera, il primo strato di veli che separa l’uomo dal suo spirito originario, coprendone l’innocenza. Ecco quindi l’attualità del mito di Enkidu. Oggi, come forse mai prima d’ora nella storia dell’umanità, infatti, il cosiddetto sistema, sta distruggendo il contesto naturale, il silenzio, la natura, il legame autentico, offrendo in cambio una “conoscenza” od un “potere” che può essere la tecnologia, lo status sociale, l’intrattenimento spinto eccetera e dicendo all’uomo: “Ora sei come un dio” esattamente come fece Shamhat con Enkidu, il cui mito, rappresenta l’avvertimento definitivo: una civiltà che non si fonda sul Logos, ma sul dominio dell’Ego è solo una macchina costruita per trasformare gli uomini liberi, in polvere dorata.
Père Sisyphe