Anno III mercoledì · 2 Settembre 2026 Accedi Abbonati
Libri

Miyamoto Musashi ed il libro dei Cinque Anelli

Nella mentalità occidentale, i Samurai, sono considerati solo dei guerrieri fanatici, spinti a combattere solo dalla vanagloria, o dall’esaltazione estrema della violenza, che si realizzava nell’uccidere il nemico. Qualcuno, invece confondendoli, con la figura degli Shogun, li considera, in modo appena più nobile come dei piccoli “Signori della Guerra”. Nulla di più falso e fuorviante. I Samurai, infatti, erano espressione della casta cavalleresca giapponese, esattamente come lo erano i Templari, in Europa. Sicuramente i Samurai, erano più violenti, di quanto non lo fossero i Cavalieri medievali europei, che avevano dei freni inibitori, nelle radici Cristiane, alle quali facevano riferimento i loro Ordini di appartenenza, tanto che i Templari, erano non solo guerrieri, ma anche monaci, quindi uomini di guerra, ma anche portatori di pace. I Samurai, invece, non avevano il lato monastico religioso e conoscevano solo l’arte del combattimento tanto che una frase che ripetevano spesso e che crediamo li rappresenti in pieno è:

“Da un combattimento si torna in due modi, o con la testa dell’avversario nel sacco, o senza la testa”

Letta così, la frase, appare cruenta e denota davvero un uso spregevole della violenza, ma se la contestualizziamo nella società, in cui vivevano i Samurai, essa acquisisce tutt’altro significato. Occorre infatti, soffermarsi su solo due parole: Combattimento e testa. Il combattimento non è una battaglia. Il primo termine ad esempio, lo si ritrova anche nel pugilato e sta a significare uno scontro, uno contro uno fra due combattenti, appunto, che presuppone regole di comportamento e di onore che entrambi devono rispettare. La battaglia, invece, coinvolge gruppi organizzati di persone armate, che si affrontano tra loro ed il cui unico scopo, è vincere, non importa come e con quali mezzi. Non vi sono regole da rispettare, né onori da attribuire, solo sangue, morte e distruzione. Il combattimento, è una forma di ordine, necessario a sconfiggere il caos. La battaglia, invece, è il caos che sconfigge l’ordine. Sono come appare chiaro due concetti totalmente diversi, che si riflettono sui comportamenti umani. Il combattente secondo questa filosofia, è chi sceglie consapevolmente il proprio destino, il guerriero è un servo di chi lo ha inviato in battaglia. Per quanto riguarda la testa, essa è un elemento simbolico molto conosciuto e tenuto in considerazione anche nel mondo cavalleresco occidentale. I templari, infatti, vennero condannati con l’accusa di adorare il Bafometto, che era, appunto una testa. Se ricolleghiamo poi la testa alla suddetta filosofia della differenza tra il combattente ed il guerriero, ecco che la testa diventa il simbolo fondamentale dei Samurai, combattenti che hanno scelto consapevolmente di poter morire ma anche di dover onorare il loro avversario sconfitto. E quale miglior modo di onorare un avversario che ha combattuto con onore e lealtà, se non il tagliarne la testa e porla nel proprio sacco, come ricordo di quel combattimento? Ecco, il senso dei Samurai, in una società nipponica, profondamente legata, alle antiche tradizioni, era proprio quello, combattere secondo quella che potremmo definire un’etica dell’onore e del rispetto e persino un’estetica della morte da valoroso, che dà valore alla vita stessa. fatta questa breve introduzione sulla figura del Samurai, vogliamo parlare di uno di questi “eroi” che i giapponesi vedevano come una specie di ibrido tra la natura umana e quella divina trasformandoli in veri e propri miti. Parliamo quindi, di Miyamoto Musashi (circa 1584–1645) che fu un leggendario spadaccino, ma anche filosofo e stratega, tuttora considerato, appunto, un mito dei periodi Sengoku ed Edo. Rimasto orfano in giovane età, combatté il suo primo duello a soli tredici anni, sconfiggendo un Samurai, ovviamente meglio e più addestrato di lui, usando soltanto un bastone di legno. Nel corso della sua vita, Musashi, partecipò ad oltre sessanta duelli e combatté, in diverse grandi battaglie tra clan nobiliari rivali, che cercavano di affermare la propria forza, per acquisire privilegi presso gli imperatori, se non, addirittura, per far diventare imperatore qualcuno della propria famiglia, inclusa quella di Sekigahara, del 21 Ottobre del 1600. Quella battaglia contribuì, in modo determinante alla fine dell’epoca Sengoku, il lungo periodo di guerre civili che insanguinavano il Giappone dal 1467 ed al passaggio al periodo Edo, con la proclamazione nel 1603 dello shogunato di Tokugawa Ieyasu, il comandante dell’armata vittoriosa proprio in quella battaglia, che dette il via ad un periodo di pace e di grande stabilità politica, per il Giappone, che durò fino al 1868. In seguito Musashi, fondò la scuola di scherma Niten Ichi-ryū, introducendo la tecnica rivoluzionaria di combattere contemporaneamente con una spada lunga, la Katana ed una corta, la Wakizashi, rompendo con la tradizione che prevedeva l’impugnatura a due mani della sola Katana. Ma il capolavoro nell’arte del combattimento tra Samurai, che ha reso Miyamoto Musashi, un mito immortale tuttora venerato in Giappone, come tale, è quello leggendario, avvenuto nel 1612 contro Sasaki Kojirō sull’isola di Ganryū. Musashi arrivò al duello con ore di ritardo, apposta per destabilizzare psicologicamente il disciplinatissimo, ma anche rigido mentalmente Kojirō, facendone saltare le certezze. Durante il tragitto in barca verso l’isola, Musashi, scolpì una spada di legno improvvisata, il bokken usando un remo di scorta, rendendola intenzionalmente più lunga della celebre lama di Kojirō, e dandogli il nome di “Palo per stendere il bucato”. Combinando questa provocazione psicologica con una maggiore portata dell’arma, Musashi riuscì ad infliggere un colpo mortale a Kojirō, prima che questo potesse adattarsi alla situazione. Quindi Musashi, vinse il primo e l’ultimo combattimento della sua carriera uccidendo l’avversario, con armi di legno, anziché di acciaio e questo la dice lunga sul personaggio. Negli ultimi anni della sua vita, Musashi, si ritirò in una grotta per scrivere Il Libro dei Cinque Anelli, un trattato fondamentale su strategia, tempismo e mentalità, ancora oggi studiato da artisti marziali di tutto il mondo. Scritto nel 1645 il Libro dei cinque anelli (五輪書, Go rin no sho) è un classico trattato di strategia militare e filosofia marziale, spesso paragonato a L’arte della guerra di Sun Tzu. Ma quest’opera strutturata in cinque capitoli, va ben oltre la tecnica del combattimento e diventa un vero e proprio trattato di quella filosofia del combattimento, di cui abbiamo detto. Ogni capitolo del libro, infatti, è associato ad un elemento della tradizione taoista: Terra, Acqua, Fuoco, Vento e Vuoto, che sono, appunto i “Cinque Anelli” esplorando aspetti diversi della strategia, della tattica e dello stato mentale del combattente, arrivando, tuttavia, a trascende il contesto marziale, tanto da essere oggi, ampiamente studiato nell’ambito della ricerca della crescita personale, proprio per i suoi insegnamenti su disciplina, concentrazione e superamento del sé, per arrivare alla vittoria. Quasi a completamento del “Libro dei Cinque Anelli” Musashi, scrisse pochi giorni prima della morte, il “Dōkkōdō” vale a dire “La via della solitudine” un breve saggio che sintetizza in ventuno precetti la sua filosofia di vita, che poi è l’argomento che collega, la sua figura, a questo blog.

Père Sisyphe

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