Il personaggio di cui vogliamo occuparci oggi, è Ananda Kentish Coomaraswamy (Colombo, 22 agosto 1877 – Needham, 9 settembre 1947). Si tratta di un pioniere storico dell’arte, filosofo ed esoterista, nato, come detto a Colombo, attuale capitale dello Sri Lanka e riconosciuto, come il principale interprete della cultura e dell’arte indiana in Occidente. Figlio di un avvocato tamil e di una donna inglese studia geologia a Londra, prima di dedicarsi alla storia dell’arte, nella quale eccelle, tanto da diventare curatore della sezione indiana del Museum of Fine Arts, di Boston, dal 1916 fino alla morte. La sua produzione letteraria, consta di oltre mille scritti che trattano di iconografia, filosofia e mitologia, sempre distinguendo tra arte religiosa, quella che trascende l’individuo ed arte profana, che, invece, celebra l’effimero. Tra le sue opere più importanti figurano:
Rajput Painting, edita nel 1916 nella quale ha introdotto e classificato per la prima volta in Occidente, la pittura indiana tradizionale.
The Dance of Shiva del 1918 nella quale, esplora l’interdipendenza tra musica, danza e arte indiana.
The Transformation of Nature in Art del 1934 con cui sintetizza il suo pensiero sulla metafisica dell’arte.
Hinduism and Buddhism del 1943 che è un esame comparato delle dottrine e delle tradizioni rituali delle due religioni.
Il suo pensiero esoterico, che lo collega alla scuola perennialista o tradizionalista, della quale, è stato uno dei massimi esponenti insieme a René Guénon e Frithjof Schuon, non può, quindi, come si vede, essere scisso dall’arte, che lo influenzò per tutta la vita. Coomaraswamy, ha, infatti, sempre sostenuto che l’arte tradizionale non è mero esteticismo ma una vera e propria religione visibile e simbolo di verità metafisiche universali. Il suo pensiero ci lascia in eredità, la fondazione di una canonizzazione visiva del Sud Asia e la critica radicale, all’industrialismo moderno, da lui considerato dannoso per le tradizioni culturali e spirituali. Il rapporto tra Ananda Coomaraswamy e René Guénon, fu di profonda amicizia intellettuale e collaborazione dottrinale, pur nella diversità dei loro approcci. Non si conobbero mai di persona, ma solo epistolarmente, a partire dal 24 Giugno 1935 data in cui, iniziò ufficialmente il loro carteggio e mantennero un dialogo fitto, sino alla morte di Coomaraswamy. Il loro rapporto era imperniato sull’alleanza nella Scuola Tradizionalista, alla quale Guénon, fornì l’impalcatura metafisica rigorosa ed astratta, cui Coomaraswamy, offrì la conferma empirica e filologica attraverso l’arte, il simbolismo ed i testi sacri platonici, vedici, buddhisti e cristiani con particolare riferimento a quelli ortodossi di quest’ultima religione, essendo egli un cristiano ortodosso. Guénon, vedeva quindi, in Coomaraswamy, un alleato vitale per dimostrare la validità universale dei principi tradizionali, in un mondo moderno sempre più secolarizzato, mentre Coomaraswamy, trovò in Guénon, una chiarezza dottrinale, che polarizzò la sua vasta erudizione, permettendogli di passare dalla storia dell’arte, alla metafisica pura. Proprio per questo, il loro rapporto viene spesso descritto, come complementare, tra l’approccio verticale di Guénon: deduttivo, astratto, focalizzato sulla purezza dottrinale e sui principi metafisici universali, secondo il concetto “dell’occhio senza corpo” e quello orizzontale di Coomaraswamy, che invece, era: induttivo, concreto e basato sull’analisi comparata di testi, miti e opere d’arte di diverse tradizioni, che rifletteva “la ricchezza dell’erudizione”. Mentre Guénon, tendeva a separare nettamente i poli ed i ruoli, ad esempio quello sacerdotale e regale, Coomaraswamy, cercava spesso una sintesi più organica, come nel concetto di “matrimonio simbolico” tra sacerdote e re. La corrispondenza, tra questi due personaggi, affrontò temi cruciali per la scuola tradizionalista, quali:
La natura del Sé (Atman) con entrambi in lotta contro l’interpretazione modernista e “psicologistica” del Buddhismo, che negava l’esistenza di un principio trascendente.
La Reincarnazione, con i due che collaborarono nel dimostrare, che la dottrina della “reincarnazione” intesa come ritorno dello stesso individuo è un errore moderno e che le tradizioni ortodosse, parlano invece di transmigrazione o rinascita condizionata.
Arte e Simbolismo, dove fu Coomaraswamy, a fornire a Guénon, esempi concreti, di come i principi metafisici, ad esempio l’albero capovolto ed il simbolismo della ruota, si incarnino nell’arte tradizionale.
Quindi, se Guénon, era il metafisico puro che definì i principi, Coomaraswamy, è stato lo studioso universale che ne dimostrò la presenza viva in tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità. Nonostante la profonda alleanza dottrinale, la corrispondenza tra Ananda Coomaraswamy e René Guénon, non fu, tuttavia, com’è normale che sia, non potendo esistere, fra due individui, anche se Iniziati di alto livello una totale assonanza di pensiero, esente da dibattiti su temi delicati sebbene questi, si siano risolti sempre in un chiarimento reciproco piuttosto che in una rottura. Il principale punto di discussione critica tra i due fu quello della “Reincarnazione” opposta alla “Transmigrazione”. Entrambi, infatti, come detto, combattevano l’idea moderna di reincarnazione ma dovettero accordarsi sulla terminologia esatta per descrivere la dottrina tradizionale. Per arrivare a questo, i due si scambiarono lunghe riflessioni per distinguere nettamente la reincarnazione, considerata un’assurdità metafisica ed un’invenzione teosofica/spiritica dalla transmigrazione (samsara) intesa come il passaggio di elementi condizionati attraverso stati diversi, senza che l’individualità superficiale si ripeta identica. L’accordo portò anche ad una discussione molto interessante sulle cosiddette “eccezioni apparenti” come il jîvan-mukta, il liberato in vita, che può utilizzare più corpi senza essere soggetto alla legge comune della nascita e morte. Da Iniziati di alto livello quali erano, i due si resero conto che il caso del jîvan-mukta, rappresentava un evidente paradosso esoterico e da questa constatazione nacque una ricerca su come dimostrare la possibilità concreta del verificarsi di tale paradosso. I due hanno risolto il paradosso del jîvan-mukta, attraverso una distinzione ontologica radicale tra l’Essere e le sue manifestazioni, che li ha resi pietre miliari nell’ambiente esoterico e spirituale. La soluzione, è riportata nella lettera inviata da Guénon, a Coomaraswamy, il 13 settembre 1936. Nella missiva, Guénon definisce il caso del jîvan-mukta, come una “eccezione apparente” alla regola, secondo la quale, per l’essere ordinario, la reincarnazione, intesa come ritorno dello stesso individuo, è un’impossibilità metafisica, poiché implicherebbe una limitazione della Possibilità universale ed una ripetizione identica, cosa assurda nell’infinito. Il jîvan-mukta, non è più soggetto alla morte né alle leggi del samsara, il ciclo delle nascite e morti condizionato dal karma, perchè avendo realizzato l’Identità Suprema, ha trasceso lo stato individuale. La soluzione del paradosso risiede nel cambiare la natura del rapporto tra il Sé ed il corpo: il liberato non “torna” né “rinasce” nel senso ordinario poiché non c’è più un ego o un’individualità psicofisica che debba evolvere od espiare. Se un jîvan-mukta, appare in successione in corpi diversi, lo fa per una libera volontà, o funzione specifica, spesso legata alla missione di guidare altri individui ma non per necessità karmica. Guénon scrive che:
“Un tale essere “utilizza successivamente diversi corpi” ma “non può più essere detto incarnato in alcun modo”.
Con questa logica il paradosso si risolve definendo il caso del jîvan-mukta, non come reincarnazione, ma come utilizzo funzionale, col corpo che diventa uno strumento, od una “funzione” esterna, simile ad un vestito che viene indossato e dismesso a piacimento senza che l’Essere, ne sia limitato o definito. L’apparenza individuale sussiste, ma è riconosciuta come illusoria, sia dall’essere stesso che, dottrinalmente, dall’osservatore competente. Vogliamo concludere con una considerazione sull’Iniziazione, attraverso una frase ripresa dall’opera di Coomaraswamy, intitolata “La Tenebra Divina” edita da Adelphi.

“Il segreto dell’ iniziazione rimane inviolabile per sua stessa natura; non può essere tradito perché non può essere espresso, è inesplicabile (aniruktam),ma l’inesplicabile è tutto, allo stesso tempo tutto ciò che può e che non può essere espresso”.
Questa frase, che, come abbiamo visto, appartiene ad un Iniziato di altissimo livello, a nostro avviso rappresenta una lezione per chi, oggi cerca di descrivere, illustrare, spiegare, o semplicemente raccontare l’Iniziazione, tramite strumenti informatici quali: Facebook, YouTube, Zoom, oppure in conferenze, riviste, convegni, audiolibri, etc, perchè vuol dire semplicemente, che costui, l’Iniziazione non l’ ha mai ricevuta!
Père Sisyphe