Anno III mercoledì · 2 Settembre 2026 Accedi Abbonati
Arte e Mistero

La pieve che ingloba la fame Romena e il suo atto fondativo

La Pieve di San Pietro a Romena, in Casentino, nella provincia di Arezzo non è contraddistinta, da un capolavoro artistico, ma da una frase da leggere incisa sull’abaco di un capitello, precisamente il secondo della navata di sinistra, tenendo presente che il primo è semi-incassato nel muro d’ingresso. Sul suo abaco, infatti, è scolpita l’iscrizione latina:

TEMPORE FAMIS MCLII

Tradotta in italiano, la frase significa:

“In tempo di carestia 1152”.

Per un occhio distratto, è una nota cronologica quasi di folclore, ma per chi conosce la logica simbolica della pietra, invece, è molto di più rappresentando un vero e proprio documento di fondazione, che viene inscritta dentro una crisi. Questa scritta, infatti, documenta che la pieve venne edificata durante un periodo di grave fame e carestia, che ispirò la popolazione locale e le maestranze lombarde, chiamate a costruirla, ad esprimere la propria creatività, come atto di sacrificio, ma anche di speranza. La pieve così non cancella la fame, ma la ingloba nel proprio atto fondativo. Insieme alla data, compare anche il nome del pievano Alberico, legato alla realizzazione dell’opera, edificata come detto, da maestranze composte da gruppi di lapicidi e scultori originari della Lombardia, una regione che in quel periodo era un centro vitale per l’arte romanica, avendo subito influenze artistiche dalla Francia, in particolare dai modelli architettonici alverniati o provenzali, che portarono in Toscana, uno stile caratterizzato da un forte espressionismo e da motivi geometrici o fitomorfi stilizzati. Si trattava quasi sicuramente di squadre di artigiani itineranti, poichè, lo stile di quelle stesse maestranze, o di gruppi molto simili ascrivibili alla stessa scuola di quelli che lavorarono a Romena nel 1152 è riconoscibile, nelle altre pievi romaniche della zona, come quelle di Stia, Strada in Casentino, conosciuta anche come Vado e Montemignaio, costruite negli anni immediatamente successivi, creando un corpus stilistico omogeneo in tutta la valle frutto anche di una stretta collaborazione con operai locali. Quelle maestranze infatti, non lavorarono da sole, visto che le fonti documentali, indicano che esse operarono aiutate da scalpellini locali del Casentino, una zona con un’antica tradizione, nella lavorazione della pietra arenaria. Questa collaborazione fuse la tecnica e lo stile “importato” con la manodopera e i materiali del territorio. In sintesi possiamo dire che nella Pieve di Romena, il sacro non nasce fuori, dalla storia, ma nasce, dentro la comunità, per la mancanza di cibo.

Père Sisyphe

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