Anno III lunedì · 2 Novembre 2026 Accedi Abbonati
Personaggi

Carl Gustav Jung ed i suoi rapporti con l’esoterismo

Tutti, o quasi, conoscono Carl Gustav Jung, famoso psichiatra e psicoanalista svizzero, nato a Kesswil il 26 Luglio 1875 e passato oltre, il 6 Giugno 1961 a Kusnacht. Pochi però conoscono il suo retroterra culturale in ambito esoterico. Occorre innanzitutto chiarire che non risulta essere mai stato iscritto alla Massoneria, ma lo furono il suo nonno paterno ed omonimo ed uno zio Ernst Karl, arrivati ad essere Gran Maestri della Gran Loggia Alpina Svizzera, almeno stando ai documenti conservati negli archivi storici di quell’Istituzione Massonica. malgrado non fosse affiliato alla Massoneria, tuttavia, Carl Gustav Jung, studiò a fondo i sistemi mistici e religiosi per trovare conferme alle sue teorie sulla psiche. Per Jung, infatti, i miti ed i simboli antichi non erano semplici superstizioni, ma proiezioni dell’inconscio collettivo. La sua visione della psichiatria, si ispirò all’alchimia, da lui considerata non come una pre-scienza chimica per creare l’oro, ma, appunto, come una proiezione psicologica. E’ possibile tracciare dei parallelismi tra i passaggi alchemici per trasmutare i metalli (nigredo, albedo, rubedo) e le fasi del processo di individuazione vale a dire il percorso per diventare se stessi ed integrare l’Ombra elaborato da Jung che, non a caso utilizzò il Rosarium Philosophorum, importante testo alchemico medievale, per spiegare le dinamiche del transfert e del controtransfert nella terapia. Ma anche lo Gnosticismo, ne influenzò le idee, anzi, qui addirittura possiamo dire che Jung, fu a tutti gli effetti uno gnostico. Egli, infatti, scrisse con lo pseudonimo di Basilide di Alessandria, un’opera molto interessante: “I Sette sermoni ai morti” (Septem Sermones ad Mortuos) nella quale richiama spesso Abraxas, divinità gnostica, che unisce in sé il bene ed il male, la luce e l’ombra. Si tratta di un testo esoterico, scritto nel 1916. L’opera nacque in un momento di profonda crisi psicologica e spirituale dell’autore da lui definita come il suo “confronto con l’inconscio”. Rappresenta il nucleo filosofico e teologico del celebre Libro Rosso ed è l’unico estratto di quel periodo che Jung, decise di stampare privatamente per una ristrettissima cerchia di amici, forse i fratelli della sua comunità gnostica. Il testo venne scritto di getto in soli tre giorni. Jung, raccontò, a tal proposito che la sua casa a Küsnacht, era letteralmente “infestata” da presenze e che l’atmosfera si placò, solo quando prese carta e penna e le voci degli spiriti gli chiesero: “Ascoltaci, non sappiamo dove andare, veniamo da Gerusalemme e non abbiamo trovato ciò che cercavamo”. Per dare voce a queste rivelazioni, Jung, utilizzò, come detto, lo pseudonimo di Basilide di Alessandria, un famoso maestro gnostico del II secolo e si rivolse ai “morti” che psicologicamente simboleggiano gli antenati, il passato e le parti rimosse dell’inconscio che chiedono di essere risvegliate. Nei Sermoni, Jung, affronta alcuni temi chiave. Nel primo, introduce il concetto gnostico di Pleroma, che è il Tutto ed il Nulla, allo stesso tempo, nel quale non esistono opposti, perchè la luce ed il buio, il bene ed il male, si annullano a vicenda. In termini psicologici rappresenta lo stato originario della psiche prima della coscienza e l’Inconscio Collettivo indistinto. L’essere umano ha il compito di uscire dal Pleroma, attraverso la creazione delle differenze con l’affermazione della coscienza. Noi siamo la “Creatura” cioè la parte del Pleroma, che si è differenziata. Jung/Basilide spiega quindi, in questo Sermone, che la qualità fondamentale dell’uomo, è proprio la differenziazione. Se l’uomo non distingue gli opposti: il bello dal brutto, il bene dal male, scivola nuovamente nel Pleroma e si dissolve. In termini psicologici, questo passaggio rappresenta il manifesto junghiano del processo di individuazione. Per diventare individui sani dobbiamo dunque differenziarci dalla massa e riconoscere la nostra unicità. Nei sermoni successivi, viene introdotta come detto, la figura centrale di Abraxas, una divinità, descritta come il “Dio terribile” colui che genera la vita e la morte, il santo ed il mostruoso e che unisce in sé, gli opposti che il Cristianesimo, ha storicamente separato, attraverso le figure di Dio e del Diavolo. Dal punto di vista psicologico qui Jung compie una vera rivoluzione sostenendo che la psiche umana non è fatta di sola luce, il bene e che ignorare l’Ombra od il male, significa scindersi e lo fa utilizzando Abraxas, come simbolo della totalità psichica, che include ed accetta l’interezza della natura umana. I Sermoni centrali analizzano le dinamiche della sessualità e della spiritualità, descritte come due forze cosmiche: l’Eros, la forza che unisce e crea legami terrestri e l’Albero, la forza spirituale che cresce verso l’alto, solitaria. L’equilibrio tra la dimensione materiale e relazionale e quella spirituale, è vitale per l’uomo. Nel sesto Sermone, parla dell’anima e della solitudine. Descrivendo il “serpente” simbolo della sessualità e dell’istinto e la “colomba” che raffigura lo spirito e la ragione. L’ultimo sermone, invece, conclude il percorso, descrivendo l’uomo come un portale attraverso cui il mondo esterno si specchia nel mondo interno. Questa chiusura parla dell’importanza della stella interiore dell’uomo, come obiettivo finale dell’individuazione e guida suprema dell’anima. E qui torniamo all’alchimia potendo definire i Sette sermoni ai morti, come una sorta di “mappa della miniera” da cui Jung, estrarrà tutto il suo oro teorico successivo. Concetti come l’Ombra, l’Anima e l’Animus, gli Archetipi, l’Inconscio Collettivo ed il Sé (la stella finale) si trovano qui tradotti in forma mitica e poetica, prima ancora di essere formalizzati nei suoi trattati scientifici. Interessante a questo punto, notare, come Tommaso Palamidessi (Pisa 16 Febbraio 1915 – Roma 29 Aprile 1983) che è stato il fondatore, sette anni dopo la morte di Jung, dell’Archeosofia, sia stato influenzato dai “Sette Sermoni ai morti” tanto da scrivere “Il Libro Cristiano dei morti” uscito postumo due anni dopo il suo passaggio alla dimensione ultraterrena. Anche l’opera di Palamidessi, attinge a piene mani dal recupero delle tradizioni esoteriche gnostiche e condivide l’idea junghiana che il dialogo con il mondo invisibile sia cruciale per l’uomo. L’influenza di Jung, su Palamidessi, dal punto di vista esoterico, appare evidente, soprattutto confrontando l’ultimo Sermone, che si conclude come detto, con la scoperta della stella interiore dell’uomo, archetipo del Sé, ed unica vera luce nel vuoto, con il “Libro Cristiano dei Morti” che si pone, invece, il problema di risvegliare i sensi spirituali ed extrasensoriali del morente, affinché non si smarrisca nelle illusioni del post-mortem e possa focalizzarsi sulla luce del Cristo cosmico, evitando la “rinascita carnale”. Palamidessi, tuttavia, pur probabilmente influenzato da Jung, che ha, in un certo senso, sdoganato il linguaggio gnostico nel XX secolo, ne ha ribaltato la prospettiva. Dove Jung, infatti, ha preso il mito e lo ha trasformato in psicologia, Palamidessi ha preso la psicologia e l’ha riportata sul piano del misticismo attivo e della ritualità d’assistenza spirituale. Ma aldilà di questi aspetti teorici, la differenza radicale tra i due personaggi sta nel modo in cui essi concepiscono i “morti”. Per Jung, i morti sono proiezioni interiori dell’inconscio, parti rimosse, gli antenati psichici e le “voci dell’irrisolto” che l’uomo deve ascoltare ed integrare per raggiungere l’individuazione. Jung parla ai morti per istruirli e così facendo, guarisce se stesso. Per Palamidessi, i morti sono, invece, entità reali, anime disincarnate che stanno attraversando gli stati post-mortem e l’agonia. Il testo di Palamidessi ha uno scopo teurgico e rituale ed è quindi una guida pratica, che i vivi devono leggere ad alta voce, per orientare l’anima del defunto nell’aldilà, proteggendola dalle insidie demoniache.

Père Sisyphe








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