Anno III mercoledì · 2 Settembre 2026 Accedi Abbonati
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Il Mostro di Ravenna

Non stiamo parlando di un serial killer, come il famigerato mostro di Firenze, che comunque non era un lupo solitario e nemmeno un compagno di merende, ma, secondo chi scrive, una setta esoterica, con agganci importanti, in Italia e non solo. E non stiamo neanche parlando di una delle tante leggende riguardanti creature mitologiche, anche se in effetti di una di queste si tratta, solo che su di essa abbiamo molte testimonianze e quindi parliamo di qualcosa che è realmente vissuta ed è legata ad un massacro. Ma veniamo ai fatti storici. L’8 marzo 1512 nacque qualcosa a Ravenna. Era periodo di Quaresima, quella sera, quando da una piccola abitazione nei pressi di un convento, uscì una creatura che nessuna levatrice aveva mai visto prima e probabilmente vedrà anche in futuro: ermafrodita, corno adunco in fronte, ali di pipistrello al posto delle braccia, un occhio incastonato nel ginocchio sinistro, l’altra gamba ricoperta di squame di serpente ma soprattutto sul petto, aveva marchiate nella carne: tre lettere. X, Y, V. Non era una voce su qualcosa di inesistente ma una creatura vera nata dal rapporto tra un frate ed una suora del vicino convento. Il governatore di Ravenna, subito informato di questo parto mostruoso mandò un rapporto scritto direttamente a Papa Giulio II che nella risposta, ordinò di abbandonarlo nelle pinete fuori città, per cancellare, si disse, il segno tangibile del peccato. Ma in quel breve lasso di tempo intercorso nella corrispondenza tra il governatore ed il papa, la notizia si sparse in tutta Europa e molti vollero andare a vedere quella creatura. Il farmacista fiorentino Luca Landucci, la disegnò nel suo diario personale. Il cronista fiammingo Johannes Multivallis da Tournai, la inserì nella sua continuazione della cronaca di Eusebio. Conrad Wollfhart la riprodusse in stampa a Basilea nel 1577 ed esiste persino un disegno che la raffigura attribuito a Leonardo da Vinci. Così la descrisse Sebastiano Tedallini:

“Al dì 8 marzo. Come in Ravenna è nato di una monaca et un frate un mamolo a questo che te scrivo. Haveva la testa grossa, con un corno nella fronte et una bocca grande; nel petto tre lettere: XYV, con tre peli allo petto; una gamba pelosa con una zampa de diavolo, l’altra gamba de homo con un occhio in mezzo alla gamba. Mai homo se recorda simile cosa”

Ovviamente tali cronisti com’era nella mentalità dell’epoca, si interrogarono su cosa tale essere mostruoso, potesse significare e sui simbolismi legati alle sue deformità. Tutti più, o meno, arrivarono alle medesime conclusioni: Il corno era la superbia e l’orgoglio, le ali erano la frivolezza mentale e l’incostanza, ma soprattutto l’inclinazione al male, in quanto si riteneva che la mancanza di arti superiori, fosse sintomo d’incapacità a far del bene. L’occhio incastonato nel ginocchio, invece, era l’attaccamento ai beni terreni, mentre le lettere sul petto — X, Y, V — non trovarono mai un’interpretazione univoca. Appare comunque, evidente, che con così tanti cronisti indipendenti, in paesi diversi, che scrivono la stessa cosa praticamente nello stesso momento ed un carteggio ufficiale tra il papa ed il governatore di Ravenna non può trattarsi di una leggenda tramandata, ma di storia vera. Non abbiamo usato a casa il termine storia, perché la nascita di questa strana creatura, si intreccia proprio con la storia, per sconfinare nel mistero. Innanzitutto il mostro di Ravenna, fu classificato come un ostentum, vale a dire un prodigio, un avvertimento divino che precede la sciagura, secondo una categoria nota, riconosciuta e potremmo dire quasi istituzionale, nel pensiero del tempo. E quell’ostentum, preannunciò effettivamente una tragedia. Trentaquattro giorni dopo quella mostruosa nascita, infatti l’11 aprile 1512 — Domenica di Pasqua — fuori dalle mura di Ravenna, andò in scena una delle battaglie più sanguinose dell’intero Rinascimento, che vide contrapposti Francesi ed Estensi capitanati da Gaston de Foix e la Lega Santa composta da Spagna, Venezia e Stato Pontificio. Fu la prima battaglia europea dove l’artiglieria pesante decise le sorti del campo. Il Duca di Ferrara schierò, infatti, una batteria di otto cannoni grossi da 4 metri, con palle da 14 chilogrammi. La gittata arrivava a 700 metri. Fu un massacro che, a seconda delle fonti costò tra i 15 ed i 20 mila morti in un solo giorno, tra i quali anche Gaston de Foix, il comandante francese, che venne circondato e trafitto a colpi di picca mentre caricava a cavallo e quindi non si godette la vittoria, ma la cui morte provocò ulteriori morti per vendicarla, nel saccheggio dopo la resa della città, anche fra donne e bambini. Pare che al termine del massacro, tra le strade lastricate di sangue e cadaveri, i superstiti sentirono levarsi una risata sguaiata e diabolica. Forse era il mostro che si prendeva la rivincita sulla città, che lo aveva ripudiato, ebbro di dolore e sofferenza. Oggi l’unico ricordo di quella Pasqua di sangue, resta la Colonna dei Francesi, posta nel 1557 sull’argine del fiume, si dice proprio nel punto in cui il mostro fu avvistato per l’ultima volta.

Asmodeus

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